giovedì 14 febbraio 2008

Contratto enti locali, forse ci siamo

E' una vecchia regola del sindacalismo: quando non parla più nessuno, è segno che la trattativa si sta per chiudere.
Da un po' di giorni sulla questione dei rinnovi contrattuali non vola più una mosca: niente dichiarazioni dei sindacalisti, niente comunicati, niente minacce e niente "tavoli" da convocare. Sicuramente sta succedendo qualcosa.

Pare che il contratto degli enti locali sia una questione di giorni se non di ore. E pare che l'aumento concordato possa essere abbastanza alto: in proporzione, un po' più alto di quello strappato dagli statali.

A conferma del fatto che tira una buona aria, oggi le Rdb-Cub hanno sciolto il loro presidio davanti alla sede dell'Anci (l'associazione dei comuni). In questi minuti la loro delegazione sta incontrando Lucio D'Ubaldo, l'assessore del Comune di Roma che rappresenta le amministrazioni locali all'Aran (per la precisione, presiede il "comitato di settore").

Qualche buona notizia sul contratto potrebbe arrivare già domani.

mercoledì 13 febbraio 2008

Il programma di Veltroni

Dopo un primo accenno al programma di Berlusconi, bisognerebbe parlare di quello del Partito democratico. Non tanto dei contenuti, perché quelli li conosceremo nel dettaglio sabato prossimo, quanto degli autori.
Walter Veltroni ha affidato il compito di compilare il programma del suo partito al senatore Enrico Morando. Il quale si è affidato a una serie di consulenti. Fra questi, ci sono alcune vecchie conoscenze dei dipendenti pubblici.

Per esempio, l'ex presidente dell'Aran Carlo Dell'Aringa. Oppure Nicola Rossi, economista che negli ultimi anni ha assunto posizioni non sempre gradite ai sindacati del settore pubblico.
Fra gli esperti ascoltati da Morando c'è anche Pietro Ichino, quello che ha ingaggiato una sfida quasi personale con i terribili "fannulloni" del pubblico impiego. Non solo, ma gira voce che il professor Ichino potrebbe addirittura essere candidato dal Pd in Lombardia.

A leggere questi nomi, i dipendenti pubblici potrebbero forse avvertire l'istinto di mettersi in fila già oggi fuori dal seggio elettorale per votare Berlusconi. In realtà non dovrebbero preoccuparsi più di tanto. Se Veltroni vuole provare a vincere le elezioni (o perlomeno a pareggiarle) non può mica presentarsi agli italiani promettendo di licenziare la metà degli statali e di bloccare lo stipendio all'altra metà. Potete scommetterci: il programma del Pd prevederà di ridurre la spesa per il personale pubblico ma anche di aumentare il numero dei dipendenti e i loro stipendi.

Per adesso, nella sua prima uscita a "Porta a porta", Veltroni si è limitato a ipotizzare interventi abbastanza sopportabili (e abbastanza sensati):
- primo, abolire le province dove ci sono le aree metropolitane, cioè le province di Roma e Milano;
- secondo, accorpare i comuni che hanno meno di 500 abitanti.
Come da slogan: si può fare.

martedì 12 febbraio 2008

I programmi del centrodestra

Secondo i sondaggi attuali, Silvio Berlusconi vincerà le prossime elezioni. Che ne sarà dei dipendenti pubblici?

Ieri abbiamo letto su Repubblica un'intervista di Renato Brunetta, economista molto ascoltato da Berlusconi, uno di coloro che in questi giorni stanno preparando il programma del Popolo della libertà.

Brunetta ha spiegato che il centrodestra vuole, ovviamente, abbassare le tasse. E che perciò intende tagliare la spesa pubblica.
Alla richiesta di definire quali spese si pensa di tagliare, Brunetta indica tre interventi:
- bloccare la delega sui lavori usuranti (cioè ritardare la pensione per gli operai e i lavoratori che fanno turni di notte);
- bloccare la regolarizzazione dei dipendenti pubblici;
- bloccare i contratti della pubblica amministrazione.

Due proposte su tre andrebbero a ricadere sui dipendenti pubblici.
Questo è quello che dice Brunetta, e che forse si scriverà nel programma del Pdl. Naturalmente, un conto è quello che si dice un altro è quello che si fa. Interrompere la sanatoria dei precari? Mica facile, nascerebbe un bell'impiccio giuridico. Congelare gli stipendi? Prima bisogna convincere An, che non ha alcuna intenzione di perdere i voti degli statali e della Cisl.

Del programma del Partito democratico parleremo nel prossimo post.

domenica 10 febbraio 2008

Vanno assunti i medici precari?

A proposito della sanatoria dei precari, l'altro giorno ho scritto un articolo sul Messaggero. In una parentesi, ho accennato al fatto che il diritto all'assunzione non riguarda i docenti universitari e neppure i medici, perché la sanatoria è riservata al personale non dirigente.

I medici precari che hanno letto l'articolo si sono allarmati, e soprattutto disorientati: come sarebbe a dire che l'assunzione non ci spetta? E se davvero non ci spetta, come mai in sei regioni la "stabilizzazione" della dirigenza medica è già partita?

Domanda più che legittima. E' vero che la Finanziaria del 2007 ha aperto una porta alla regolarizzazione dei medici con contratto determinato. Ma lo ha fatto stabilendo che le asl possono assumere un precario, non devono. Semplificando, si può dire che per gli altri dipendenti pubblici precari l'assunzione è - a determinate condizioni - obbligatoria, mentre per i medici è facoltativa.

Di sicuro, negli ospedali italiani si trovano migliaia e migliaia di dottori che da cinque, dieci anni lavorano, visitano, prescrivono cure, affrontano le emergenze, vanno in sala operatoria eppure non hanno un contratto fisso. E' una grande ingiustizia, e una garanzia in meno per i pazienti.

Ma è altrettanto vero che i pazienti vorrebbero avere la certezza di essere curati da un medico che ha sostenuto e superato un regolare concorso pubblico.
Ecco perché il meccanismo della "stabilizzazione" può essere rischioso in campo sanitario. Le norme previste dalle ultime due Finanziarie offrono alle amministrazioni la possibilità di reclutare personale seguendo procedure molto semplificate. E sappiamo come funzionano queste cose in certe asl italiane.

giovedì 7 febbraio 2008

Un contratto non si nega a nessuno

Ricevo tante email da dipendenti pubblici che protestano perché il loro contratto nazionale non è stato ancora rinnovato. "I nostri stipendi sono fermi, voi giornalisti dovete dirlo!" Hanno ragione, non è possibile che nel 2008 si debbano ancora aspettare gli aumenti del 2006-2007.

C'è però un aspetto che non viene mai sottolineato. Molti di coloro che si lamentano lavorano in un piccolo comparto: la Presidenza del Consiglio, i conservatori, le Camere di commercio. Al che, sorge spontanea la domanda: ma non vi conveniva stare in un comparto più grande?
I dipendenti della Presidenza, per esempio, se non si fossero separati dagli altri ministeriali avrebbero avuto già da tempo i loro aumenti con tutti gli arretrati. Hanno preferito andarsene per conto loro, sperando di ottenere così un trattamento economico di favore. Qualche vantaggio forse lo avranno pure, ma per adesso si vedono soprattutto i danni.
Un discorso simile si può fare per le agenzie fiscali, il cui contratto in questi giorni si è impantanato all'Aran. Oppure per i conservatori e le accademie, che sarebbero in procinto di incassare i loro aumenti se non fossero scorporati dal contratto della scuola.

Per rivalutare gli stipendi di tutti dipendenti pubblici bisogna scrivere, firmare e far approvare ben 33 accordi nazionali: i comparti sono 11, più 8 aree dirigenziali, più i 7 enti ex articolo 70 (Enea, Enac, Asi, Cassa depositi e prestiti, Unioncamere, Cnel, Coni), ciascuno diviso fra impiegati e dirigenti.
Si arriva addirittura al paradosso di un contratto nazionale che riguarda appena 8 persone, tanti sono i dirigenti del Cnel.

Fra le semplificazioni burocratiche di cui tanto si parla, forse varrebbe la pena di semplificare anche il sistema dei contratti. I primi a guadagnarci sarebbero i lavoratori pubblici.

martedì 5 febbraio 2008

Quanto sono cresciuti gli stipendi

Oggi il presidente della Corte dei conti ha lamentato "l'inadeguatezza della politica dei redditi nel settore pubblico". Voleva dire che gli stipendi dei dipendenti pubblici sono troppo bassi? No, al contrario, che sono cresciuti troppo. "La dinamica delle retribuzioni - si legge nel testo del discorso - supera sistematicamente gli obiettivi programmatici di volta in volta prefissati".
Il povero dipendente pubblico è disorientato. Ma la Banca d'Italia non aveva detto, appena una settimana fa, che in Italia le buste paga sono ferme da sei anni? Possibile che gli unici ad arricchirsi siano stati i lavoratori delle amministrazioni statali e locali?
Ovviamente, le cose non stanno così. Vediamo di capirci qualcosa.

Innanzitutto, la Banca d'Italia non ha affatto sostenuto che gli stipendi degli italiani sono "fermi" da sei anni. Il discorso sarebbe lungo, e chi volesse approfondirlo può farsi una cultura consultando il sito di Luca Cifoni. In estrema sintesi, basti sapere che lo studio della Banca d'Italia ha registrato una crescita dei redditi familiari pari a circa l'1% al netto dell'inflazione. Per essere più espliciti, in sei anni le buste paga sono aumentate all'incirca del 18% e su per giù lo stesso hanno fatto i prezzi al consumo.

Detto questo, come sono andate le cose per i dipendenti pubblici? I loro stipendi sono cresciuti più o meno di quelli dei privati? Gli studi più attendibili in materia sono quelli compiuti dall'Aran. In questa tabella si può vedere come sono andate le cose fra il 1997 e il 2006 (anche i rapporti della Banca d'Italia e della Corte dei Conti sono aggiornati a due anni fa). La tabella non è di facile lettura, ma si può tradurre in parole povere così: nell'arco di quasi un decennio, gli aumenti previsti dai contratti nazionali del pubblico impiego sono andati di pari passo con l'inflazione; invece sono stati ben più sostanziosi gli aumenti medi ottenuti dai lavoratori privati e soprattutto da quella parte di dipendenti pubblici che non hanno contratto nazionale (cioè militari e polizia).

Se così stanno le cose, come si spiega allora la denuncia della Corte dei conti? Nel suo discorso il presidente della Corte dice semplicemente che la spesa complessiva per il personale ogni anno supera gli obiettivi prefissati dai governi. Questo in effetti è vero, e dipende da vari motivi. Per esempio, dal fatto che i vincoli alle assunzioni vengono aggirati assumendo precari o ricorrendo ad altri trucchi. Inoltre la spesa complessiva per gli stipendi aumenta perché, oltre agli aumenti dei contratti nazionali, ci sono gli avanzamenti di carriera. Negli ultimi anni centinaia di migliaia, anzi milioni di dipendenti pubblici hanno ottenuto una promozione, e quindi un ulteriore aumento di stipendio. Come l'Aran ha più volte registrato, la crescita delle "retribuzioni di fatto" da qualche tempo è molto più alta dell'inflazione.

Insomma, gli unici dipendenti pubblici che hanno davvero il diritto di lamentarsi sono quelli che non hanno beneficiato delle cosiddette "riqualificazioni professionali". Per gli altri nell'ultimo decennio non è andata poi così male.

domenica 3 febbraio 2008

I contratti, le manifestazioni e il governo che non c'è

Oggi i dipendenti delle quattro agenzie fiscali scendono in piazza. Assemblee negli uffici e manifestazioni in tutta Italia, organizzate da Cgil Cisl e Uil, con conclusivo presidio sotto le finestre dell'Aran, in via del Corso a Roma.
Il motivo per cui le agenzie protestano è ovvio: siamo già nel 2008, ma il rinnovo del contratto nazionale 2006-2007 ancora non arriva. Nelle stesse condizioni si trovano i dipendenti delle asl e quelli degli enti locali. In tutto sono quasi un milione e mezzo di persone in attesa di aumento.
La crisi politica ha ulteriormente complicato le cose. Nei prossimi mesi probabilmente molti lavoratori pubblici scenderanno in piazza per reclamare i loro diritti. Purtroppo, finché l'Italia sarà senza governo, loro protesteranno ma nessuno potrà rispondere.