Sono passati un po' di giorni dall'ultimo post, e chi ha letto i giornali sa che cosa è successo nel frattempo. Dopo una lunga trattativa con gli altri ministeri (in particolare con il Tesoro di Tremonti), Brunetta è riuscito a chiudere il testo del suo decreto, modificandolo in diversi punti. Le modifiche, che poi esamineremo, sono più o meno quelle che avevamo già annunciato. Inoltre il ministro ha promesso che, prima dell'entrata in vigore del provvedimento, ci sarà un incontro con i sindacati. Sulla base di questo impegno, e dei cambiamenti al testo, la posizione della Cisl si è nuovamente ammorbidita.
Brunetta è tornato a essere "l'amico Renato", i dipendenti pubblici cislini gli hanno riservato una buona accoglienza al loro congresso di categoria (anche se ogni tanto è volato qualche fischio), Bonanni e Faverin hanno smesso di alzare la voce e si dichiarano soddisfatti. Insomma, tutto è tornato come prima, se non fosse per una novità: il contratto nazionale della sanità firmato da tutti i sindacati Cgil compresa. Ne parleremo nel prossimo post.
Ma vediamo adesso che cosa è cambiato nel decreto Brunetta dopo le correzioni apportate.
Il 25-50-25. Il meccanismo che obbliga le amministrazioni a distribuire le risorse degli integrativi in modo molto selettivo è stato smussato. Nelle singole amministrazioni sarà possibile applicare una ripartizione dei fondi meno drastica. Il sistema scritto nel testo finale del decreto è particolarmente complesso, semplificando potremmo riassumere così: si potrà allargare la platea della cosiddetta "fascia alta", cioè quelli che prendono il premio annuale massimo; allo stesso tempo si potrà ridurre la differenza economica fra il premio massimo e il premio per la "fascia media"; infine, sarà possibile attribuire un piccolo premio anche alla "fascia bassa" (i dipendenti giudicati più scarsi), anziché punirli con l'azzeramento totale del salario accessorio.
Tutto questo si potrà fare attraverso un accordo con i sindacati. E' chiaro però che, in mancanza di un'intesa, l'amministrazione è obbligata ad applicare il meccanismo standard previsto dalla legge: un quarto del personale con il 100% del premio, metà del personale con il 50% del premio, un quarto con lo 0%. I sindacati insomma saranno costretti a trattare e a cercare un accordo, altrimenti scatta la tagliola del 25-50-25.
Accorpamenti dei contratti. Come previsto, i dipendenti pubblici non contrattualizzati sono stati esclusi dall'accorpamento dei contratti e dalle altre norme che riguardano i sindacati. Polizia, forze armate, vigili del fuoco, corpo forestale conservano la loro autonomia.
La Presidenza. Il contratto autonomo della Presidenza del Consiglio probabilmente si salverà, non sarà accorpato a quello dei ministeri. Nell'ultimo capitolo del decreto, sotto il titolo "Norme finali e transitorie", c'è una frase molto significativa, anche se di lettura non semplicissima: si parla di "uno o più decreti" in cui si dovranno determinare "limiti e modalità di applicazione delle disposizioni [...] alla Presidenza del Consiglio", e si ricorda la "peculiarità del relativo ordinamento, che discende dagli articoli 92 e 95 della Costituzione". Traducendo in italiano, l'articolo si può interpretare cos^: Palazzo Chigi è un organo costituzionale e quindi deve avere un contratto a parte.
Gli insegnanti. Anche per il personale docente della scuola è prevista un'eccezione: a loro non si applicheranno le nuove regole sulla valutazione e sulla distribuzione dei premi di produttività. Ci vorrà un decreto a parte, e nelle decisioni dovrà essere coinvolta anche la Gelmini, ministro della Pubblica amministrazione.
Riguardo al contratto della Scuola, invece, il decreto per adesso conferma la decisione iniziale: deve essere accorpato a quello dei ministeri, delle agenzie e degli enti previdenziali. Stessa sorte per la Sanità, da unire al contratto degli enti locali. Ma è molto probabile che nella versione definitiva del provvetimento questi due comparti verranno salvati. Probabilmente la decisione sarà presa dopo che si sarà svolto il promesso incontro con i sindacati.
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venerdì 22 maggio 2009
lunedì 15 settembre 2008
Quanto ci costano i professori
“Il 97 per cento del bilancio del ministero serve a pagare gli stipendi. A chi giova continuare su questa strada? L'opera irresponsabile di alcuni sindacati e di molti governi compiacenti ha ribaltato la missione della scuola, che è fatta per gli studenti, e non per pagare una cifra spropositata di stipendi”. Così ha dichiarato Mariastella Gelmini, ministra dell'Istruzione, e tanti sono rimasti impressionati: accidenti, il 97 per cento! Che spesa!! Che spreco!!! L'affermazione della Gelmini però si può contestare per almeno due motivi.
Innanzitutto, la cifra indicata dalla ministra non è corretta: la vera percentuale è più bassa. Secondo, perché in realtà negli altri paesi sviluppati si ritrova più o meno lo stesso rapporto fra costo del personale e costo complessivo della scuola.
Per chi volesse entrare nei dettagli, consiglio la lettura del blog Messaggi cifrati, curato dal giornalista-matematico-filosofo Luca Cifoni.
Aggiungo solo una considerazione. A chi si stupisce che oltre il 90% delle spese per la scuola finisca in stipendi per i docenti, mi piacerebbe chiedere: quali altri dovrebbero essere i costi della scuola? Quali materie prime, quali prodotti si dovrebbero acquistare? Guardiamo l'istruzione come se fosse un'attività imprenditoriale: non credo che esistano imprese altrettanto immateriali, altrettanto legate al lavoro delle persone. Il prodotto finale dell'azienda scuola è la conoscenza, e per produrre conoscenza non vedo che cosa altro serva se non le persone.
In effetti, ci sarebbe un'altra spesa da calcolare: quella per i libri. Ma è a carico dei genitori, quindi resta fuori dalle percentuali della Gelmini.
Una volta al Forum PA ho sentito un manager che aveva lavorato in Inghilterra con Richard Branson (uno degli imprenditori di maggior successo del nostro tempo) raccontare: "Branson mi ha insegnato che, quando un'azienda funziona bene, il costo del lavoro aumenta, non diminuisce".
Innanzitutto, la cifra indicata dalla ministra non è corretta: la vera percentuale è più bassa. Secondo, perché in realtà negli altri paesi sviluppati si ritrova più o meno lo stesso rapporto fra costo del personale e costo complessivo della scuola.
Per chi volesse entrare nei dettagli, consiglio la lettura del blog Messaggi cifrati, curato dal giornalista-matematico-filosofo Luca Cifoni.
Aggiungo solo una considerazione. A chi si stupisce che oltre il 90% delle spese per la scuola finisca in stipendi per i docenti, mi piacerebbe chiedere: quali altri dovrebbero essere i costi della scuola? Quali materie prime, quali prodotti si dovrebbero acquistare? Guardiamo l'istruzione come se fosse un'attività imprenditoriale: non credo che esistano imprese altrettanto immateriali, altrettanto legate al lavoro delle persone. Il prodotto finale dell'azienda scuola è la conoscenza, e per produrre conoscenza non vedo che cosa altro serva se non le persone.
In effetti, ci sarebbe un'altra spesa da calcolare: quella per i libri. Ma è a carico dei genitori, quindi resta fuori dalle percentuali della Gelmini.
Una volta al Forum PA ho sentito un manager che aveva lavorato in Inghilterra con Richard Branson (uno degli imprenditori di maggior successo del nostro tempo) raccontare: "Branson mi ha insegnato che, quando un'azienda funziona bene, il costo del lavoro aumenta, non diminuisce".
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mercoledì 30 gennaio 2008
Arrivano gli arretrati della scuola
Una buona notizia per chi lavora nella scuola. Nella prossima busta paga finalmente ci saranno gli aumenti e gli arretrati di cui finora tanto si è parlato e poco si è goduto. I soldi entreranno nel cedolino del prossimo mese, quindi saranno accreditati sul conto corrente il 23 febbraio.
Il rinnovo del contratto nazionale della scuola è stato firmato il 29 novembre. Eppure ancora oggi, a due mesi di distanza, i dipendenti non hanno visto neanche un centesimo. Per questo ritardo i sindacati hanno protestato contro il (fu) governo Prodi, Enrico Panini della Cgil l'ha definito un fatto "sconcertante e inaccettabile".
Il disguido, per quanto antipatico, non si deve a questioni politiche, né a furbizie contabili. Semplicemente si è trattato di un contrattempo tecnico.
L'applicazione di questo nuovo contratto è risultata particolarmente complicata. L'accordo prevede come al solito un arzigogolato meccanismo di decorrenze. E per di più introduce una novità assoluta nel calcolo del Tfr: d'ora in poi anche l'indennità Rpd (Retribuzione professionale docenti) concorrerà a far crescere la futura liquidazione, e di conseguenza il versamento al fondo pensione Espero. Dal punto di vista matematico si tratta di un calcolo banale, il difficile sta nel distinguere senza fare errori i docenti ai quali spetta il Tfr da quelli cui invece si applica ancora la vecchia "buonuscita".
Il caso poi ha voluto che la prima applicazione del contratto coincidesse con il pensionamento di Roberto Abatecola, l'ex dirigente del Service personale Tesoro divenuto ormai una celebrità per i lettori di questo blog.
Aggiungiamoci le carenze di organico e le ferie di Natale, ed ecco spiegato perché il SpT non è riuscito a recepire il nuovo contratto con le buste paga di gennaio.
Ora comunque al SpT sono riusciti a sistemare tutto e i soldi sono in arrivo. Particolarmente interessante sarà la somma relativa agli arretrati: per un docente di scuola media con 15 anni di anzianità, la cifra si aggira sui mille e 500 euro lordi. Per chi vuole saperne di più, ecco un'ottima tabella elaborata dalla Flc Cgil.
Purtroppo, una parte di questi soldi sarà inevitabilmente assorbita dal conguaglio dell'Irpef, conguaglio che gli statali pagano proprio sulla busta paga di febbraio (mentre i privati l'hanno già pagato a dicembre).
Il rinnovo del contratto nazionale della scuola è stato firmato il 29 novembre. Eppure ancora oggi, a due mesi di distanza, i dipendenti non hanno visto neanche un centesimo. Per questo ritardo i sindacati hanno protestato contro il (fu) governo Prodi, Enrico Panini della Cgil l'ha definito un fatto "sconcertante e inaccettabile".
Il disguido, per quanto antipatico, non si deve a questioni politiche, né a furbizie contabili. Semplicemente si è trattato di un contrattempo tecnico.
L'applicazione di questo nuovo contratto è risultata particolarmente complicata. L'accordo prevede come al solito un arzigogolato meccanismo di decorrenze. E per di più introduce una novità assoluta nel calcolo del Tfr: d'ora in poi anche l'indennità Rpd (Retribuzione professionale docenti) concorrerà a far crescere la futura liquidazione, e di conseguenza il versamento al fondo pensione Espero. Dal punto di vista matematico si tratta di un calcolo banale, il difficile sta nel distinguere senza fare errori i docenti ai quali spetta il Tfr da quelli cui invece si applica ancora la vecchia "buonuscita".
Il caso poi ha voluto che la prima applicazione del contratto coincidesse con il pensionamento di Roberto Abatecola, l'ex dirigente del Service personale Tesoro divenuto ormai una celebrità per i lettori di questo blog.
Aggiungiamoci le carenze di organico e le ferie di Natale, ed ecco spiegato perché il SpT non è riuscito a recepire il nuovo contratto con le buste paga di gennaio.
Ora comunque al SpT sono riusciti a sistemare tutto e i soldi sono in arrivo. Particolarmente interessante sarà la somma relativa agli arretrati: per un docente di scuola media con 15 anni di anzianità, la cifra si aggira sui mille e 500 euro lordi. Per chi vuole saperne di più, ecco un'ottima tabella elaborata dalla Flc Cgil.
Purtroppo, una parte di questi soldi sarà inevitabilmente assorbita dal conguaglio dell'Irpef, conguaglio che gli statali pagano proprio sulla busta paga di febbraio (mentre i privati l'hanno già pagato a dicembre).
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